Approfondimenti Rivista — 20 giugno 2014

«Si vede che la Poesia ama le terre che galleggiano sul mare». Chi parla è Salvatore Quasimodo all’indomani del Nobel (1959), come spiegando la bella notizia e insieme la coincidenza con altri due già premiati all’epoca dall’accademia svedese, Deledda e Pirandello, anch’essi isolani. Quasimodo non ha certo bisogno d’essere difeso. Chi scrive invece si attacca a uno stupore provato l’altro giorno, come cercando una scusa (ormai quel giorno è scaduto e con lui l’attenzione al tema) per lottare ancora contro lo svanire, non certo del poeta siciliano, e capire cosa può esserci dietro un sorriso.

La traccia su Quasimodo per la prima prova alla maturità di quest’anno mi ha molto sorpreso: da vari commenti di addetti ai lavori ho scoperto solo ora che molti lo ritengono un poeta superato o non fondamentale, “anacronistico e non più vivissimo nella considerazione della critica”, ispiratore di coming out socialmente liberatori sulla sua marginalità o sopravvalutazione e, insomma, destinato all’oblio e compagnia bella.

Sorrido. Quarantasei anni fa il poeta ha raggiunto l’altra riva degli affetti e tanto sarebbe bastato per sminuirlo, in base a criteri la cui “dimostrabilità” soltanto potrebbe infondere a quel coro tanta fiducia e compiacenza nell’infallibilità del proprio giudizio. Come dire, Quasimodo è stato tutto un equivoco. Ho letto anche – forse a dimostrazione di tanta sua irrilevanza – che è scomparso o sta scomparendo dalle antologie delle scuole medie. Credo per inciso che fra quattro anni, al cinquantenario della scomparsa, parte dello stesso coro si unirà al suo prevedibile rispolvero editoriale.

Il fatto è che ieri sera, prima di andare a letto, ho preso il fresco sul balcone che dà in giardino e ho pensato che non scrivo da tanto e che qui, di zuccaro, non se ne offre da mesi. Forse la lotta contro lo svanire comporta il rischio di subirlo ogni tanto, sentirne il peso e lasciarsi anche pestare, come aspettando una sua minima distrazione per poi saltargli addosso di nuovo. Allora, sul tempo lungo si vedrà la costanza, la conferma di una volontà in agguato perenne. Il tempo lungo… Credo sia un momento necessario, quello che ti avverte sull’inutilità dello scrivere, la pesantezza del verbo.

Dopo la guerra anche Quasimodo ebbe questo problema. La sua era sempre stata una parola assoluta in oggetti staccati, una voce aspra e un ritmo al contempo, vocabolario del proprio sangue, precisa determinazione spirituale.
Ma anche questa era diventata, o rischiava di diventare per inerzia, una formula e una formula vuota ormai, perché l’uomo era cambiato e con lui il suo tempo. Così, all’unisono col fuoco rovinoso delle bombe, le lente letture e la guerra filologica intrapresa con le sue mirabili traduzioni dal greco (inarrivabile quella del vangelo secondo Giovanni) impongono al poeta un nuovo corpo a corpo con il linguaggio. Da qui, il suo stretto lirismo si apre a una dimensione più discorsiva, a una voce più spiegata che lo costrinse persino a difendersi dall’accusa di tradimento o debolezza. «Dalla mia prima poesia a quella più recente non c’è che una maturazione verso la concretezza del linguaggio: il passaggio fra i greci e i latini è stata una conferma della mia possibile verità nel rappresentare il mondo», scrisse nel saggio L’uomo e la poesia (1946).

All’indomani della guerra, nel 1947, Quasimodo incarna dunque la sua svolta violenta, la sua metamorfosi rinnovatrice, nella raccolta Giorno dopo giorno; per me un giardino di delizie, la prova di un’altissima sincerità, l’impronta di uno spirito autentico che vince la deriva tecnicista rifiutando la logica della fantasia come metro per misurare la buona poesia, perché «la poesia non “misura” buone invenzioni, non essendo impegno della menzogna ma della verità» (Discorso sulla poesia, 1953).

È stato allora che, rientrando in casa, ho ripescato questo suo libro. Sapevo che da qualche parte avrei letto gli ultimi versi di una poesia: Le parole ci stancano, / risalgono da un’acqua lapidata; / forse il cuore ci resta, forse il cuore… Sapevo cosa potevano significare per chi aveva creato Ed è subito sera, per il cantore del vento fra sillabe d’agavi e canneti sulla rupe del Tindari. E sapevo cosa possono significare per me.

Così, sorrido anche adesso. Sorrido al pensiero che si possa liquidare un poeta inamidandolo nei suoi tre versi più famosi, non riconoscendogli un cammino globale, una fedeltà al valore della parola, l’autenticità della sua voce e il valore di una risurrezione poetica che lo liberò prima di tutto da se stesso. Sorrido pensando che si possa definire “anacronistico” chi riesce a evocare il vento e lo spirito, chi batte il sangue sulla pietra o bestemmia su una terra impareggiabile. Perché, come la siepe infinita è quella che vedo con i miei occhi d’estate all’imbrunire, così quel vento che soffia tra gli alberi in giardino: o non è mai stato, oppure continuerà a soffiare.

Marco Bisanti

Fonte: http://www.pupidizuccaro.com/

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(1) Reader Comment

  1. Grazie!

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